venerdì 18 febbraio 2011

ORIGINI, STORIA E SIGNIFICATO DEL TRICOLORE

Sentendo la spiegazione di Roberto Benigni sull'origine del tricolore ho avuto il sentore che qualcosa non era esatto, ho quindi fatto una semplice ricerca sull'origine della nostra bandiera ed ecco l'origine, la storia e il significato del tricolore. Buona lettura

Nella primavera del 1796 avvenne un fatto che avrebbe sconvolto la storia della nostra Italia. Un giovane generale francese, Napoleone Bonaparte, penetra dalle Alpi in territorio piemontese, sconfigge rapidamente l'esercito del Regno di Savoia, batte poi quello austriaco, entra a Milano, impone l'armistizio e poi le condizioni di pace all'Imperatore d'Austria. In tale modo pose le premesse per la creazione di un primo Stato veramente italiano, la Repubblica Cisalpina, a cui ne seguiranno altre, fino alla creazione di una vera e propria Repubblica Italiana, divenuta poi Regno d'Italia.
Questa storia che durò circa vent'anni fu determinante per svegliare la nostra Penisola, nell'esaltazione di una coscienza nazionale e di una coscienza civile.
E quando Bonaparte giungerà a Bologna scriverà a Parigi: "Io qui ho trovato un grande dibattito politico". Si andava, infatti, affermando un vero e proprio movimento che si proponeva anche per l'Italia un assetto costituzionale fondato sugli immortali principi dell'89 e cioè quelli dell'unità ed indivisibilità della nazione accanto a quelli di libertà, eguaglianza e fraternità.
Ma, potrebbe osservare qualcuno: ha una giustificazione fare risalire la storia della nostra bandiera a due secoli or sono, quando lo stato unitario italiano invece risale al 1861? Sì, rispondiamo, c'è una giustificazione, perché il nostro Risorgimento trova le sue profonde radici proprio negli eventi di quegli ultimi anni del secolo XVIII. Quello che avverrà mezzo secolo dopo, tra il 1848 e il 1870, sarà solo la felice conclusione di un processo storico iniziatosi nel periodo che in questa sede ci interessa e nel quale si formò una coscienza nazionale per la prima volta: fu il tempo delle cosiddette Repubbliche giacobine che sorsero in Italia quali la Cispadana, la Cisalpina, la Ligure, la Romana, la gloriosa Napoletana; infine la Repubblica italiana. Orbene, l'origine della bandiera bianco, rosso e verde va fatta risalire proprio alla Repubblica Cispadana, la prima in ordine cronologico e forse proprio per questo la più interessante, anche dal punto di vista del diritto costituzionale.

Segnaliamo che i colori della bandiera Nazionale Italiana furono stabiliti dal Senato di Bologna, con un documento datato 18 ottobre 1796, in cui si legge: "Bandiera coi colori Nazionali - Richiesto quali siano i colori Nazionali per formarne una bandiera, si è risposto il Verde il Bianco ed il Rosso." A Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 fu fatta mozione che si renda Universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori, Verde, Bianco e Rosso e che questi tre colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti. Viene decretato. Il congresso della Repubblica Cispadana convocato a Modena il 21 gennaio del 1797 confermando le deliberazioni di precedenti adunanze decretò vessillo di stato il tricolore per virtù d'uomini e di tempi fatto simbolo dell'unità indissolubile della nazione.
Giuseppe Compagnoni, originario di Lugo e deputato di Ferrara, era un uomo di cultura che prese parte attiva alla vita politica nel periodo napoleonico ed era appunto il Segretario Generale della Repubblica Cispadana. Proprio su sua proposta, il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia i 110 rappresentanti delle province di Bologna, Ferrara, Reggio e Modena, proclamarono la Bandiera Tricolore, bianco, rosso e verde, simbolo e vessillo di quella Repubblica Cispadana che avevano fondata nell'anno precedente. Il giorno prima, su proposta del deputato Aldebrandi, si era stabilito che lo stemma della nuova Repubblica fosse un turcasso con quattro frecce e con i fori per eventuali altre per esprimere il desiderio di un'unione più vasta. E nei giorni seguenti fu decretato che "in tutti i luoghi ove si alza insegna di sovranità venga piantata la bandiera tricolore verde, rossa e bianca con l'impronta di turcasso".
L'innovazione fu ritenuta talmente notevole e straordinaria che il Comitato di Governo espresse al Congresso, in data 23 gennaio, qualche dubbio sull'opportunità di procedere al cambiamento dello stemma e della Bandiera e di "somministrare gli opportuni chiarimenti", temendo in sostanza di turbare i rapporti con l'autorità francese di occupazione! Ma la bandiera fu adottata all'unanimità: i colori erano posti in senso orizzontale: quello rosso, il primo in alto, portava l'iscrizione: libertà-eguaglianza; quello bianco, nel mezzo, conteneva lo stemma con il turcasso rosso e le iniziali R. e C. (Repubblica Cispadana); quello verde, in basso, su cui era scritto per le bandiere militari il nominativo dei reparti. Così per la prima volta il Tricolore diveniva la bandiera di uno Stato Italiano. La scelta dei colori fu certamente ispirata a quelli della bandiera francese, adottata a sua volta qualche anno prima, il 15 luglio 1789 a Parigi, per decisione del Comitato rivoluzionario, dalla milizia parigina, aggiungendo al bianco della vecchia bandiera borbonica il rosso e il blu dello stemma del Municipio di Parigi. Nel 1792 il Tricolore bianco, rosso e blu diveniva definitivamente la bandiera nazionale di Francia. Dunque il Tricolore nostro si volle simile a quello francese. Ma perché, nel volere giustamente apportare la differenza di un solo colore, si preferì il verde?
Probabilmente influirono su questa decisione gli avvenimenti accaduti in Bologna tre anni prima e cioè nell'autunno del 1794.
In quei giorni due giovani studenti, Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis, si erano prefissi di organizzare una rivoluzione per ridare al Comune di Bologna l'antica indipendenza perduta con la sudditanza agli Stati della Chiesa. A tal fine furono propagate idee liberali, predisposte armi e diffuse coccarde bianco, rosso e verdi.
La sommossa, nella notte del 13 dicembre, fallì e i due studenti furono scoperti e catturati dalla polizia pontificia, insieme ad altri diciannove cittadini.
Avviato il processo, il 19 agosto 1795, Luigi Zamboni fu trovato morto nella cella denominata "Inferno" dove era rinchiuso insieme con due criminali, che lo avrebbero strangolato per ordine espresso della polizia. L'altro studente Giovanni Battista De Rolandis fu condannato a morte ed impiccato il 23 aprile 1796. Orbene, la scelta del colore verde da parte dello Zamboni sarebbe stata determinata, secondo alcuni storici, dal fatto che tale colore è il simbolo della speranza e "l'Italia era solo una speranza" come scrisse il Castagna nel suo: "Commento allo Statuto Italiano".
Un altro filone di tradizione è da rinvenirsi a Milano nel 1796, allorché vennero formate sia la Guardia Nazionale Milanese, sia la Legione lombarda.
Ma torniamo alla Repubblica Cispadana, che abbiamo indicato come il primo Stato che adottò in Italia il Tricolore. Sei mesi dopo (era il 18 luglio), allorché Napoleone diede il suo consenso all'unificazione della Lombardia con l'Emilia-Romagna, avvenne la fusione delle Repubbliche Transpadana e Cispadana in un solo Stato: la Repubblica Cisalpina, con un Parlamento, un esercito di ben 25.000 uomini, con capitale Milano e con bandiera il Tricolore, sostanzialmente eguale a quello della Repubblica Cispadana.
Successivamente, nel gennaio 1802, scomparve definitivamente la Repubblica Cisalpina, perché fu proclamata la Repubblica Italiana. Ottocento deputati, giunti a Milano da tante parti d'Italia, proclamarono tale nuovo vasto Stato. Presidente della Repubblica Italiana fu Napoleone medesimo, mentre vicepresidente fu Francesco Melzi d'Eril. E' da notare che la forma della bandiera Tricolore fu un quadrato a fondo rosso, in cui era inserito un rombo a fondo bianco, in cui era inserito, a sua volta, un quadrato a fondo verde.
Neanche la Repubblica Italiana ebbe lunga vita perché, in conseguenza della sua evoluzione monarchica, Napoleone, incoronato imperatore dei francesi a Parigi il 2 dicembre 1804, divenne anche re d'Italia, cingendo nel Duomo di Milano l'antica corona ferrea il 26 maggio 1805.
Sorse così il Regno d'Italia, che comprendeva in sostanza tutta l'Italia settentrionale e centrale e di cui fu Viceré Eugenio Beauharnais, figlio della prima moglie del Bonaparte. Il Tricolore fu confermato come bandiera, dunque, del Regno che durò sino al 1815 e cioè sino alla fine del periodo napoleonico. La bandiera monarchica fu un po' diversa da quella repubblicana in quanto il rombo bianco al centro del vessillo delimitava quattro triangoli di cui due verdi e due rossi. Sui campi d'Europa le bandiere bianco rosso e verdi furono spiegate accanto a quelle francesi dalle corpose formazioni italiane che fecero parte della "Grande Armée". Queste truppe, generali, ufficiali e soldati si coprirono di gloria nella campagna di Russia e in particolare a Maloiaroslavez (24 ottobre 1812), ad Ocmiana e a Borodino, come pure il 16 ottobre 1813 nella battaglia cosiddetta delle nazioni a Lipsia.
A Mosca il primo ad arrivare fu il colonnello Ottavio Tapputi, pugliese, alla testa dei reparti italiani! Quel sangue in terra straniera non fu inutile alla nostra futura unità perché fu sparso all'ombra delle bandiere tricolori e perché i superstiti divennero i primi protagonisti del movimento nazionale per l'indipendenza d'Italia.
Finita l'epoca napoleonica il Tricolore scomparve dalla scena ufficiale militare e politica d'Europa, mentre, con il Congresso di Vienna e la firma della Santa Alleanza, vi fu il ritorno dei vecchi sovrani assolutisti in Europa e in Italia. Ma, mentre nessuno degli otto Stati in cui fu divisa la penisola mantenne il Tricolore, la restaurazione non lo ammainò nei cuori dei patrioti. Così per circa trent'anni e sino al 1848 il vessillo tricolore non fu la bandiera ufficiale d'alcuno Stato, ma divenne il simbolo di tutti coloro che si batterono per l'unità, l'indipendenza e la libertà d'Italia. Così nei moti del 1817 a Macerata, in quelli del 1820 a Nola, a Napoli, a Messina e a Palermo, durante i processi lombardi contro Maroncelli, Pellico e Confalonieri, e nella rivolta in Piemonte nel 1821, così nelle insurrezioni e condanne a Modena e nel Cilento; così nei moti del 1831 in Romagna, nelle Marche e un po' dovunque nella Penisola. E il giuramento della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, che nel 1833 aveva ben 60.000 iscritti, veniva pronunciato davanti al Tricolore, issato in tutti i tentativi insurrezionali degli anni trenta.
E come non ricordare Goffredo Mameli che, prima di innalzarla sulle pianure lombarde e sulle mura di Roma, ne fu l'alfiere in tutte le manifestazioni patriottiche nelle vie di Genova? Il 10 dicembre 1847, giornata rimasta nella storia del Risorgimento perché la dimostrazione popolare genovese fu la più grande che mai si fosse avuta fino ad allora in Italia, gli organizzatori avevano all'inizio invitato il ventenne Mameli a togliere via il Tricolore per prudenza, ma non avevano ottenuto il suo consenso. E così il corteo di venticinquemila genovesi si avviò dietro alla bandiera, sfilò davanti al mortaio di Portoria, dove un secolo prima era avvenuto l'episodio di Balilla. E risuonò il "Canto degli Italiani" composto poche settimane prima, che diverrà poi l'Inno di Mameli.
E giungiamo così al 1848, che il Carducci ricorderà come ... Oh anno de’ portenti, / oh primavera de la patria, oh giorni, / ultimi giorni del fiorente maggio, / oh trionfante / suon de la prima italica vittoria / che mi percosse il cuor fanciullo! ... Sarebbe troppo bello descrivere quegli eventi: battaglie sanguinose, cortei, manifestazioni, vittorie e sconfitte; sacrifici e martiri! Dobbiamo limitarci alla storia della nostra bandiera che in quell'anno fatale ebbe una svolta decisiva. Orbene, il 4 marzo Carlo Alberto di Savoia, Re di Sardegna, promulgava lo Statuto del Regno, che trasformava un regime assolutistico in un regime costituzionale. L'art. 77 della Carta così stabiliva: "Lo Stato conserva la sua bandiera: e la coccarda azzurra è la sola nazionale". La bandiera era in sostanza costituita dallo stemma sabaudo in campo azzurro. Ma il 23 marzo Carlo Alberto entrava in guerra contro l'Austria (Prima Guerra d'Indipendenza) e nel proclama affermava: "E per voler meglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana, vogliamo che le nostre truppe entrando nel territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana". Da quel giorno, la bandiera bianco rosso e verde diverrà il vessillo del Regno di Sardegna, che lo conserverà insieme allo Statuto anche dopo la definitiva sconfitta del 1849, mentre nel resto della Penisola venivano ripristinate le vecchie bandiere. Ed il 9 febbraio 1849 veniva proclamata la Repubblica Romana, retta dai Triumviri Mazzini, Saffi ed Armellini: bandiera della Repubblica fu proclamato il Tricolore! E per cinque mesi Roma resistette all'assedio dei francesi, superiori di numero e di mezzi.
Attorno al Tricolore e a Garibaldi, 14.000 uomini combatterono sanguinosamente sul Gianicolo: il fior fiore della gioventù di tutta Italia vi partecipò e molti vi morirono, tra cui Goffredo Mameli di 22 anni, Luciano Manara, Emilio Morosini, Enrico Dandolo e tanti altri. Ed infine a Venezia il Tricolore, con al centro il Leone di S.Marco, sventolava sulla Repubblica dal marzo 1848; sarà ammainato solo per fame e colera e per gli spietati bombardamenti austriaci dell'anno successivo.
Segue, poi, il cosiddetto decennio di preparazione, costellato ancora di martiri e di eroi, da quelli di Belfiore a quelli di Sapri, fino alla Seconda Guerra d'Indipendenza. E come potere riassumere l'esaltazione del Tricolore nella Spedizione dei Mille con cui Garibaldi conquistò la Sicilia, la Calabria, la Basilicata, la Puglia, la Campania e l'Abruzzo, offrendo così al Re più di un terzo della Penisola? Il Tricolore fu innalzato su tutte le torri civiche e i campanili del Sud e trascinò le Camicie Rosse da Calatafimi alla grande battaglia campale del Volturno.
Con la legge del 17 maggio 1861 n. 4671 veniva proclamato il Regno d'Italia, di cui la bandiera tricolore diveniva naturalmente il vessillo nazionale. Così quel tricolore che negli anni del nostro Risorgimento era stato cantato dai poeti e dal popolo di tutte le parti della Penisola, cucito e ricamato nel segreto dei grandi palazzi e delle case più umili dalle donne italiane, glorificato come simbolo della rivoluzione nazionale, santificato con il sacrificio supremo nelle battaglie, nelle sommosse e sui patiboli, diveniva la bandiera dell'Italia Unita e da allora la sua storia si confonderà con quella, ben più complessa, della Nazione. Così durante la 3a Guerra d'Indipendenza del 1866, al termine della quale il Veneto fu unito all'Italia, purtroppo il nuovo Regno riportò due sconfitte militari assai gravi: la prima sulle alture di Custoza il 24 giugno e la seconda il 20 luglio successivo nel mare di Lissa.
A Lissa si disse che la bandiera della nave "Re d'Italia" era stata catturata dal nemico. Ed invece la bandiera, inalberata, era colata a picco con la nave. Era avvenuto, infatti, che la nave era stata raggiunta e speronata dalla nave austriaca "Ferdinando Max" e quando incominciò ad inclinarsi su un fianco i marinai nemici avrebbero potuto impossessarsi del vessillo. Ma lo impedì il guardiamarina Razzetti, che ammainò la bandiera finché non fu scalato il ponte della nave austriaca e poi la inalberò nuovamente fino al fatale inabissamento!
Quattro anni dopo, il 20 settembre 1870, dopo un breve scontro in cui complessivamente vi furono 80 morti e 200 feriti, l'esercito italiano entrava a Roma. Cadeva così il millenario potere temporale dei Papi. Orbene alle tre del pomeriggio di quella storica giornata il 2° battaglione del 39° reggimento Fanteria, preceduto da fanfare, salì sul Campidoglio e si dispose in quadrato nella piazza. Al suono della Marcia Reale e fra le acclamazioni popolari, il sottotenente Lugli appoggiava la Bandiera ad un braccio della statua di Marco Aurelio, lasciandola poi inalberata, con la guardia d'onore del battaglione stesso.
Nei decenni successivi il Tricolore, testimone di coraggio e di ardimento, sventolerà al caldo sole africano: il 10 marzo 1882 ad Assab (Somalia), il 5 febbraio 1885 a Massaua (Eritrea) e tra l'88 e l'89 nella Dancalia, a Cheren e ad Asmara. Non mancarono gravi sconfitte: Dogali, Amba Alagi, Macallè e soprattutto Adua il 1° marzo 1896, ma ovunque rifulse l'estenuato e disperato valore dei nostri soldati attorno alle proprie bandiere.
E giungiamo così alla guerra 1915-'18: la grande guerra fu per estensione e per violenza, per numero dei combattenti, come dei caduti, dei dispersi, dei feriti e dei mutilati, nonché per la sua durata, il conflitto più terribile che fino ad allora si fosse mai scatenato nel nostro pianeta.
L'Italia ne uscì vittoriosa, ma stremata dal punto di vista psicologico, sociale e materiale. Il Tricolore, issato a Trento e a Trieste, raggiungeva così i confini naturali dell'Italia. Immensi e sovrumani furono i sacrifici dei nostri soldati nei lunghi anni di trincea, di avanzate cruente e di ritirate sconvolgenti, sulle montagne nevose e lungo i fiumi, su un fronte lungo ottocento chilometri dallo Stelvio all'Adriatico. Gli eroismi individuali e l'abnegazione di interi reparti rifulsero in mille e mille episodi. I nomi delle brigate e dei reggimenti, come i nomi dei monti e dei centri ove più aspri furono i combattimenti sono impressi nel cuore e nella mente di coloro che nacquero pochi anni dopo la vittoria del 1918 e ne sentirono l'eco nelle proprie famiglie e nella scuola. E al centro di tutto vi era sempre il Tricolore.
Ma anche nella seconda guerra mondiale attorno al Tricolore rifulsero il valore, il sacrificio e l'eroismo individuale e collettivo della nostra gioventù sulle ambe e nel deserto dell'Africa, sulle montagne della Grecia, nel fango e nel gelo delle pianure russe, sul mare e nel cielo. E quindi anche di questa guerra drammatica e tragica sotto vari aspetti politici e militari vorremmo ricordare due episodi che coinvolgono direttamente la nostra bandiera. Che dire dell'epopea di Giarabub, oasi isolata nell'interno libico, difesa da un piccolo presidio agli ordini del colonnello Castagna? Dopo dieci mesi di assedio, il 21 marzo 1941 le truppe inglesi ed australiane riuscirono ad avere ragione della nostra resistenza.
Allora il colonnello ordinò che la Bandiera che sventolava sulla torre della ridotta Mercutti venisse bruciata al cospetto del nemico mentre risuonava il grido dei superstiti: "Viva l'Italia".
E il 23 dicembre 1942 ad Arbusow in Russia, durante la terribile ritirata dal Don al Donez, mentre la morsa dei corazzati sovietici stava per stringersi sulla divisione Torino, il carabiniere Giuseppe Plado Mosca, afferrata una bandiera e inforcato un cavallo, si lanciava da solo contro il nemico trascinando migliaia di uomini in un travolgente assalto all'arma bianca. Scomparve nelle fiamme della battaglia, guadagnandosi la medaglia d'oro al Valor Militare alla Memoria.
Ma la storia di un popolo non è, fortunatamente, caratterizzata solo dalle guerre, ma è illuminata anche da lunghi periodi di pace. Orbene, anche per tali periodi la storia si confonde nel suo perenne divenire con quella della Bandiera Nazionale. E così il nostro Tricolore ha sventolato e continua a sventolare sulle conquiste civili, scientifiche e sportive; nelle nostre ricorrenze e festività; o sui tetti completati delle nuove case; nelle nostre missioni militari di pace, di solidarietà e di civiltà. E anche di questo ampio e variegato panorama vorrei ricordare qualche esempio: Luigi di Savona, Duca degli Abruzzi, che il 31 luglio 1897 conficcava sulla vetta del Sant'Elia in Alaska (m. 5.514) la piccozza col vessillo tricolore. Erano presenti Umberto Cagni, Francesco Gonella e Vittorio Sella e le guide valdostane Petigax e Maquignaz; gridarono tutti "Viva l'Italia". E il 18 aprile 1906 lo stesso principe sabaudo innalzerà il Tricolore, donatogli dalla Regina Margherita, sulla cima del Ruvenzori a circa 5.000 metri. E vent'anni dopo Umberto Nobile, il 12 maggio 1926 e poi il 24 maggio 1928, lancerà sul Polo Nord, rispettivamente dai dirigibili "Norge" e "Italia", la bandiera tricolore. Egli scrisse "La seguii cogli occhi, finché non la vidi adagiarsi sui ghiacci. Era un pezzo di stoffa, ma quel pezzo di stoffa era l'Italia lontana". E ai giorni nostri, il 31 luglio 1954, una pattuglia di coraggiosi, capitanati da Ardito Desio, conquistava la vetta del K2 a quota m. 8.611 e la Bandiera Tricolore era attaccata alla piccozza del capocordata.
L'avrebbe vegliata lo spirito di Mario Pichoz, la guida di Courmayeur!
E intanto la nostra Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, stabiliva all'art. 12: "La bandiera della Repubblica è il Tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni".
Nonostante qualche voce isolata, se non contraria almeno incerta, l'inserimento in Costituzione di tale disposizione fu ritenuto opportuno da tutti in sede di Assemblea Costituente. Fu solo sollevata la questione se nel mezzo della banda centrale bianca dovesse porsi in avvenire uno stemma. L'Onorevole Meucci Ruini, Presidente della Commissione che aveva redatto il progetto costituzionale, affermò: "La Commissione si pronuncia intanto pel tricolore puro e schietto, semplice e nudo, quale fu alle origini e lo evocò e lo baciò, cinquant'anni fa, il Carducci: e così deve essere la bandiera dell'Italia repubblicana".
Infatti nel primo centenario del Tricolore, il 7 gennaio 1897, fu commemorato proprio con un discorso a Reggio Emilia del grande poeta Giosuè Carducci, il quale si rivolse alla Bandiera con queste parole: "Sii benedetta! benedetta nell'immacolata origine, benedetta nella via di prove e di sventure per cui immacolata ancora procedesti, benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre nei secoli!". Ed aggiunse: "quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti delle virtù onde la patria sta e si angusta: il bianco, la fede serena alle idee che fanno divina l'anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene della gioventù dei poeti; il rosso, la passione ed i l sangue dei martiri e degli eroi!".